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Diventare giornalista, serve l’Università?

di Gianluca Coviello



Per analizzare bene lo stato di salute del giornalismo italiano, e quindi saperne cogliere al meglio anche i canali formativi, è necessario “buttare” l’occhio all’estero, ed in particolare agli Stati Uniti. Lo stretto legame tra Università e produzioni editoriali, già da diversi anni ha permesso di individuare un cammino abbastanza definito per chi oggi vuole intraprendere oltre oceano una delle professioni più belle del mondo. E’ impensabile che in America un giornalista non sia laureato. E’ inconcepibile che, pur non provenendo da una formazione universitaria ad hoc possa anche solo definirsi tale (nonostante non ci sia, a differenza dell’Italia, l’ordine professionale).

Così non è invece in Italia e le ragioni di questo gap, che si traduce poi in una comunicazione poco efficace ed una informazione molte volte non efficiente (ed in tanti laureati “a spasso”), sono essenzialmente due: una culturale e l’altra organizzativa. Molte redazioni italiane, in particolare quelle più piccole, sono composte da giornalisti non laureati e che quindi, anche solo per garantirsi una certa “superiorità”, snobbano coloro che hanno studiato portando a termine un percorso formativo superiore al loro. «Per fare il giornalista ci vuole la gavetta», oppure: «Oggi le università regalano gli esami. Quando ci andavo io invece…» e poi scopri che quella stessa persona parla così perché di esami ne è riuscito a dare ben pochi…

Sono questi i luoghi comuni più diffusi nelle redazioni italiane. Se il fattore culturale, dunque, gioca un ruolo di primissima importanza, non va trascurato però quello organizzativo delle Università italiane. Sono capaci, queste ultime, di formare validi giornalisti? La risposta è no. Non esiste, in Italia, quello stretto rapporto tra struttura formativa e aziende, in questo caso editoriali.

I giovani, inoltre, arrivano nelle redazioni non solo pieni di inesperienza, che infondo ci sta pure, ma con lacune anche gravi in grammatica o, comunque, con scarse capacità di realizzare un testo fluido. Tutto ciò contribuisce e non poco nel permettere, a chi oggi è già giornalista ma è senza “il pezzo di carta”, di poter fare sfoggio delle proprie generalizzazioni nei confronti dei laureati. Risultato: l’esperienza professionale, l’iscrizione all’albo, viene presa in considerazione più di qualsiasi laurea.

Ecco che, dunque, mi sono ritrovato io stesso a diciannove anni, ancora senza la laurea triennale in scienze della comunicazione ma già con un bagaglio di esperienza e pubblicazioni, a guadagnare di più di un laureato in lettere, in comunicazione o in qualsiasi altro settore. Mentre oggi sono specializzando in comunicazione sociale, istituzionale e politica, mi guardo alle spalle e mi domando: quanto è servita la mia triennale per migliorare la considerazione che il mondo giornalistico ha delle mie capacità? Ben poco.

Il consiglio, sia chiaro, non è quello di abbandonare l’Università se si vuole essere bravi giornalisti, bensì di riuscire ad abbinare gli aspetti teorici di un corso di laurea con una attività lavorativa nel settore. Con un po’ di sacrificio, studiare e collaborare con testate giornalistiche si può. Magari all’inizio lo farete gratuitamente, ma sarà comunque indispensabile per abbinare quello che l’Università riesce a darvi con quello che gravemente trascura.

Infine, un’altra cosa importante, è specializzarsi in un settore. Se sarete davvero preparati in qualcosa, troverete sicuramente qualcuno disposto a pagarvi (a me è successo). La sola capacità di comunicare, magari anche certificata dalla laurea, non basta in un Paese che ancora non ha colto la necessità di informare in modo chiaro, trasparente e, soprattutto, indipendente.



(inserito su Web il 28/05/2008 )
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