(inserito su Web il 21-05-2001)
Vi è un “mantra” (parola di origine indiana che significa ripetizione continua di un tema) nelle scuole di giornalismo: “andare su Internet”, “saper lavorare sul Web”. L’ho provato personalmente visitando alcuni istituti dove si studia per diventare addetti dell’informazione. Alla Scuola di Giornalismo Luiss di Roma – i cui ambienti riproducono sorprendentemente la struttura di un giornale con tanto di redazioni e studi – la navigazione è pratica routinaria: la stanza dove ci si può collegare a Internet è sempre affollata e fa quasi tenerezza il terminale dove invece si leggono le agenzie, un po’ abbandonato dagli studenti.
E pensare che una volta invece erano i fatidici “takes” a rappresentare la fonte di lavoro per un apprendista. “Questi giovani si aspettano molto da Internet – afferma il direttore Apollonio – che è ormai ritenuto uno strumento fondamentale per poter lavorare come giornalisti”. Anche alla Scuola di giornalismo radiotelevisivo Rai di Perugia, immersa nel verde di una splendida villa di Ponte Felcino, il Web è d’obbligo. In un mio recente viaggio nel capoluogo umbro sono stato portato dal direttore Vittorio Fiorito nella stanza dell’istituto dove si redige il sito della scuola e ho trovato l’intero corpo discente (alla scuola Rai, come del resto anche la Luiss, si diventa “praticanti” in un biennio di studi) impegnato in una “full immersion”, quasi ipnotica, sui terminali.
Fa bene chi ha interesse a intraprendere una carriera giornalistica ad essere così attento alle nuove tecnologie? Si, ma con attenzione. Il mezzo telematico è l’unico strumento che è stato in grado, dopo centinaia di anni di evoluzione della comunicazione, di concentrare in uno stesso spazio creazione, pubblicazione, lettura (visione) di un’opera giornalistica. E’ quindi logico che per uno studente il mezzo sia un'occasione imperdibile per sperimentarsi con la creatività, la scrittura, la diffusione istantanea.
Ma l’ipnosi del medium su cui si può fare e cercare tutto può distogliere lo studente dalle sue vere missioni: misurarsi con la materia informativa, giudicare l’esattezza delle fonti, valutare l’interesse del tema percependone la realtà effettiva. Anche perché si presuppone che uno studente di una scuola di giornalismo debba poi misurarsi con un’attività professionale concreta e che è, per quanto riguarda il Web, risulta piuttosto incerta.
Dopo l’ubriacatura e la scoperta delle illusioni della cosiddetta “new economy” molte delle spinte visionarie verso la Rete di tanti apparati editoriali stanno frenando la loro corsa. Il mito di un “nuovo giornalismo” che curi tutte le magagne della vecchia professione lascia spazio ad un sano realismo che considera la Rete come un mezzo, sì indispensabile, ma integrabile con altri canali e competenze. E di confusione delle competenze negli scorsi mesi ce n’è stata abbastanza.
Siti, portali, giornali online quasi mai sono stati costruiti da professionisti dell’informazione ma da webmaster e webeditor, che sono cosa ben diversa rispetto al giornalista. Ed i risultati, in fatto di qualità, si sono visti. Perché mai un giornalista apprendista, dunque, dovrebbe buttarsi così a capofitto sul Web? “Perché è un mezzo di cui non si potrà fare a meno” rispondono i formatori. Questo fin tanto che il medium prevarrà ancora sul messaggio, rispondiamo noi. Quando la verità oggettiva, l’esattezza e la bellezza del contenuto torneranno ad essere le armi del buon giornalismo allora, può darsi, che i nuovi media siano fatti anche e, soprattutto, almeno nei contenuti, dai giornalisti. E allora sarà il momento di corsi “evoluti” sul Web. Il giornalismo online, infatti, non è uno solo. Ne esistono parecchi: dal “linking” (capacità di cercare e configurare i link in modo esatto), al “mailing” (possibilità di comunicare efficacemente tramite e-mail), fino al “writing” (scrivere bene sul digitale, che è cosa ben diversa che sugli altri media).